Prima di cercare minerali, cercavo di racchiudere istanti in immagini.
Sono stata due volte in Marocco. All’epoca cercavo di rendere ogni luogo che visitavo comprensibile tramite immagini. Era il mio modo per comunicare.
Dettagli, geometrie, persone, superfici.
Cercavo di fermare qualcosa prima che scomparisse e quando ci riuscivo restavo esterrefatta.
Oggi, riguardando quelle fotografie, mi accorgo che il modo di guardare era già quello che mi permette oggi di osservare, riconoscere e studiare ciò che trovo durante le mie ricerche.
Fotografare in Marocco non era sempre semplice.
Molte persone non volevano essere fotografate e questo mi aveva portato a cambiare completamente approccio.
per non farmi notare ed essere più invisibile possibile avevo imparato a scattare tenendo la macchina fotografica al collo, senza portarla all’occhio per inquadrare dal mirino. Prima di entrare in un luogo impostavo macchina, fuoco e tempi in base alla luce e poi camminavo.
Guardavo, immaginavo l’inquadratura e scattavo.
Non sapevo esattamente quello che stavo fotografando fino a quando non riguardavo le immagini.
A volte uscivano fotografie bellissime. Altre volte erano da buttare.
Ma era proprio quella parte di imprevedibilità a rendere ogni scatto diverso dall’altro.