Luoghi

Le Miniere di Terrarossa: la storia mineraria nascosta del Monte Argentario

Torre abbandonata di Terrarossa, fotodal basso

A tre chilometri da Orbetello, tra Terrarossa e Porto Ercole, sul versante orientale del promontorio dell’Argentario, il calcare nasconde piccole cavità continue che i geologi chiamano “cavernoso”. È lì dentro, in quella roccia che si comporta come una spugna, che per quasi un secolo si è scavata una miniera di ferro e manganese conosciuta come “Il Passo”.

Questo luogo fa parte della mia storia da molto tempo — la mia famiglia ha una casa proprio lì, al Residence Le Miniere, da quarant’anni. Per anni l’ho semplicemente considerato casa. Questa è la storia che ho trovato quando ho iniziato a guardarlo con occhi diversi.

La geologia: una roccia che si comporta come una spugna

Il calcare dell’Argentario è attraversato da piccole cavità continue — il “cavernoso” — che ovviamente non si comprime, ma per il resto si comporta esattamente come una spugna: assorbe o rilascia acqua con estrema facilità. Questa caratteristica, apparentemente un dettaglio tecnico, ha condizionato ogni singola fase della storia della miniera, dal primo crollo del 1881 fino all’ultimo, disastroso tentativo del 1964.

Il cavernoso poggia su un deposito di ciottoli quarzosi oppure sulle filladi, rocce antiche riconoscibili per una lucentezza particolare che, a differenza del cavernoso, non si lasciano attraversare dall’acqua. È proprio nel cavernoso, e soprattutto in quello del Passo, che si trovano le incrostazioni colorate: ossidi e idrati di ferro — la “limonite” in gergo minerario — che dipingono la roccia di rosso e di giallo. Ma fu la presenza nera dell’ossido di manganese, nel 1873, ad attirare l’attenzione di chi sapeva riconoscerne il valore.

Per Bernardino Lotti, l’autorevole geologo di Massa Marittima che per primo studiò il giacimento, quelle mineralizzazioni si erano formate per la sostituzione del calcare da parte di ossidi disciolti da acque sotterranee profonde e poi risalite. Una teoria che ha retto per decenni, finché le prospezioni più recenti — quelle che nel 1953 avrebbero scoperto la pirite sotto lo stesso giacimento — non hanno suggerito un’origine diversa: che l’ammasso di ferro-manganese fosse in realtà il “cappellaccio” superficiale di un fenomeno più profondo, legato all’alterazione dei solfuri sottostanti. Una carta geologica del 1958 fissò finalmente la posizione della miniera e di due colline che tornano spesso nei documenti, Poggio Mortaio e Poggio Mandrioli; uno studio del 1964 precisò che le stesse mineralizzazioni erano legate a una faglia — una frattura della crosta terrestre — che aveva messo in contatto gli scisti del verrucano con il calcare cavernoso.

Sin dai primi dell’Ottocento gli inglesi usavano il manganese per sbiancare la fibra di cotone, un processo che mise in moto pezzi della Rivoluzione industriale. Dalla metà del secolo, con l’introduzione delle leghe ferro-manganiche nel metodo Martin per convertire la ghisa in acciaio, la domanda esplose. Va detto però che la limonite dell’Argentario non era un buon minerale per gli altiforni tradizionali: in Italia mancava, almeno all’inizio, una moderna siderurgia capace di usarlo, e gran parte della produzione finì per decenni negli opifici chimici inglesi.

1873: la scoperta e il contratto

Il primo ad accorgersi che nel Monte Argentario esistevano minerali in quantità sufficiente per una miniera produttiva fu, secondo un documento notarile del 14 gennaio 1876, un certo Pietro Bausani. Le sue indagini portarono alla stipula, il 23 ottobre 1873, di un contratto tra il proprietario del suolo Cesare Ugazzi e l’imprenditore Giacomo Raë — uno dei fratelli Raë, di Livorno ma di origine inglese, che riconobbero a Ugazzi un compenso annuo del 6% sul valore del minerale estratto. La miniera aprì nel febbraio del 1874.

Il minerale grezzo veniva selezionato a mano nei piazzali, poi trasportato con una piccola ferrovia a scartamento ridotto — assicurata da una locomotiva a vapore Deucaville — fino allo scalo di Santa Liberata, e da lì spedito quasi tutto verso il Regno Unito, dove serviva a ottenere ipocloriti. Solo una minima parte fu consumata negli altiforni di Follonica e in un’officina di Rifredi, vicino Firenze, che chiuse già nel 1881. Tra il 1875 e il 1878 furono scavate oltre 61.000 tonnellate, per un valore di 1.220.000 lire dell’epoca.

Giacomo Raë non era solo: nell’impresa lo affiancava il fratello William, e insieme investirono nella miniera cifre enormi per l’epoca, oltre due milioni e mezzo di lire. Il riconoscimento per quell’impegno arrivò pochi anni dopo: il 18 aprile 1882 il Comune di Monte Argentario conferì a Giacomo Raë la cittadinanza onoraria, per il ruolo che la sua miniera aveva avuto nell’economia e nell’occupazione della popolazione santostefanese.

Il crollo del 1881 e il castello di carte

I Fratelli Raë iniziarono scavando a cielo aperto, poi proseguirono in sotterraneo, lasciando vuoti alti otto metri, larghi sei e lunghi fino a trenta, separati da muri di minerale larghi appena due metri. La massa mineralizzata, però, non aveva una resistenza sufficiente, e la miniera — è la definizione di chi l’ha studiata — assomigliava a un gigantesco castello di carte pronto a implodere su se stesso da un momento all’altro.

Accadde nella notte tra il 3 e il 4 marzo del 1881: uno spaventoso crollo riempì di massi e detriti un’intera sezione della miniera. Per fortuna non c’era nessuno al lavoro, e non ci furono vittime, ma il Prefetto dubitò della regolarità di quella coltivazione e chiese un parere all’ingegnere capo del Distretto minerario di Firenze, Antonio Fabri, che impose la riduzione dei vuoti e prescrisse il loro riempimento con materiale inerte una volta esaurita la massa utile.

Non bastò. Nel 1882 la forza lavoro salì a 426 unità per riattivare la miniera secondo le nuove cautele, ma proprio quel nuovo sistema di lavoro provocò, l’anno dopo, la morte di un minatore, trascinato nel pozzo dallo stesso vagoncino che stava manovrando. Il lavoro fu sospeso nell’estate del 1883 — questa volta non per la malaria stagionale, ma perché i sotterranei avevano raggiunto il livello del mare, e si scoprì che il cavernoso assorbiva l’acqua della laguna circostante come, appunto, una spugna. Nonostante grandiosi lavori di pompaggio, l’acqua non si riusciva a eliminare, e quando la macchina di eduzione si ruppe, per i Fratelli Raë l’abbandono sembrò la scelta migliore.

Gli anni delle morti (1894-1899)

La miniera riaprì solo alla fine del 1892, con un criterio diverso: mai più sotto il livello del mare. Ma il prezzo pagato dai minatori restò altissimo. Ugo Bagnoli, il direttore, comunicava fin troppo spesso al Distretto minerario il decesso di qualche operaio. Tra il 1894 e il 1899 si contarono sei incidenti mortali — un numero enorme se si pensa che nel 1895 la miniera era rimasta addirittura inattiva.

Nel 1894 Lorenzo Santugli morì cadendo dal ciglio della cava di inerte. Nel 1896 fu la volta di Attilio Schiano, colpito da un vagoncino della miniera. Nel 1897 Stefano Schiano fu ferito a morte da un martello caduto durante le operazioni di carico nella rada di Santa Liberata. Nel marzo del 1899 Angelo Breschi perse la vita in galleria per il distacco di un corpo roccioso; nell’agosto dello stesso anno toccò ad Angiolo Grilli, per lo stesso motivo; e nell’ottobre due operai furono sepolti dal crollo della volta di una galleria in fase di ripiena. Uno solo si salvò, per un caso quasi miracoloso: i sostegni laterali della galleria, ruotando verso il basso, lasciarono un vuoto in cui l’uomo rimase intrappolato — ma vivo.

Chi lavorava in miniera, in quegli anni, non era sempre lì per scelta libera: nei mesi invernali, quando la forza lavoro arrivava a contare fino a 600 persone tra minatori, scavatori, addetti alla cernita e operai del trasporto, tra loro c’erano anche detenuti del vicino bagno penale di Orbetello, attratti dalla promessa di un’amnistia. D’estate, invece, la malaria svuotava le gallerie e restava attivo solo un centinaio di minatori, arrivati soprattutto dalla Toscana interna e dalle Marche — molti dei quali, col tempo, si fermarono stabilmente nella zona, chi a Orbetello, chi nei due porti dell’Argentario.

Fu proprio la frequenza di questi incidenti a suggerire la nascita, in quegli anni, della Società di Sussistenza fra gli Operai delle Miniere del Monte Argentario: un piccolo sistema mutualistico che, in caso di malattia prolungata oltre i sei giorni, garantiva un sussidio di 2 lire al giorno per un massimo di sei mesi. Il primo presidente fu Riccardo Ugazzi; Giacomo Raë ne divenne presidente onorario.

Un secolo di proprietari

Il contratto originale durava 60 anni, ma la miniera cambiò gestione molte volte prima che quel termine arrivasse. Nel 1907 il fallimento della Knickerbocker Trust Company di New York innescò una crisi finanziaria che si estese all’Europa, e la produzione di manganese crollò nel 1911 per la mancanza di richieste dagli stabilimenti siderurgici italiani. L’8 giugno 1916 subentrò la Società Anonima ILVA, che scavò tre nuovi pozzi e per la prima volta portò la coltivazione sotto il livello del mare, grazie a pompe più potenti — un’operazione salutata con enfasi dai tecnici dell’epoca come prova che l’Italia potesse “venire in aiuto della siderurgia ricorrendo alle risorse che ci offre il nostro paese”, proprio mentre il paese soffriva una cronica carenza di carbone.

Nel 1933 un condominio di proprietari privati — Gottardo Angella, Italo e Giuseppe Vivarelli — ottenne la concessione mineraria perpetua su 373 ettari, che chiamarono ufficialmente “Il Passo”. Nel 1939 la gestione passò alla Ferromin, la società mineraria della Finsider nata nel clima autarchico del regime, che nel 1940 sostituì gli asini con locomotori elettrici per il trasporto del minerale e introdusse martelli picconatori ad aria compressa.

La guerra e l’allagamento (1944)

Nell’aprile del 1944 un violento bombardamento su Orbetello distrusse le installazioni elettriche della zona. Privata di energia per far funzionare le pompe, la miniera iniziò ad allagarsi, e alla fine dell’anno i sotterranei erano completamente sommersi. Curiosamente, pochi anni prima, nel 1941, un ispettore del Distretto minerario di Firenze aveva concluso — dopo aver misurato con precisione i tempi di evacuazione e il flusso d’acqua nelle gallerie — che il lavoro nella Massa Centrale si svolgeva “in condizioni di massima sicurezza”, ed escluse la necessità di pompe di riserva non elettriche. Di lì a poco, per la mancanza di energia e non per un guasto della centrale, la miniera si allagò comunque — anche se, va detto, senza fare vittime.

La ripresa nel dopoguerra fu lenta e discontinua: il prosciugamento della Massa Centrale si completò solo alla fine del 1945, e la scarsità di energia elettrica impedì per anni un regolare svolgimento dei lavori.

1953: la scoperta che cambiò tutto

Già nel 1941 la Rimifer aveva individuato, con una ricerca geofisica, un’anomalia magnetica a circa 125 metri di profondità. Un sondaggio del 1942 non riuscì a estrarre campioni integri, ma i fanghi che risalivano in superficie si presentavano come un concentrato di pirite — a volte di magnetite, a volte di blenda e galena. Un secondo sondaggio non fu mai completato per le vicende belliche.

Fu solo nel 1953 che tre sondaggi profondi della Ferromin confermarono la presenza di una massa di pirite compresa tra il cavernoso e le filladi, a profondità comprese tra 90 e 435 metri: un giacimento le cui dimensioni, si capì subito, dovevano essere imponenti. Per rivendicarne i diritti — la concessione “Il Passo” riguardava solo il ferro-manganese — la Ferromin ottenne un apposito permesso di ricerca, chiamato “Poggio Mortaio” dal nome della collina che sovrasta il vecchio campo minerario.

Nel 1957 quattro nuovi sondaggi restituirono risultati sorprendenti: la mineralizzazione di pirite, non lontana dalla laguna e compresa tra le quote di -200 e -400 metri, aveva una massa stimata in almeno 17-20 milioni di tonnellate. Non era una scoperta da poco.

La scommessa impossibile (1958-1964)

Nel 1958, con il ferro-manganese ormai in via di completo esaurimento, la Ferromin si giocò tutto su quella pirite. Fu deciso di aprire due pozzi gemelli — Nord e Sud — da spingere fino a quota -500 metri, con un diametro interno di quattro metri ciascuno. Nel 1961 furono dotati di castelli in cemento armato alti 36 metri, con una soluzione tecnica considerata innovativa per l’epoca: la stanza dell’argano posizionata in cima al castello anziché alla base.

I lavori furono difficili fin dall’inizio: incidenti, agitazioni operaie, scelte tecniche sbagliate provocarono forti ritardi. Alla fine del 1963 i due pozzi erano profondi circa 400 e 300 metri, mentre i tecnici combattevano una battaglia continua contro le copiose venute d’acqua — particolarmente gravi nel pozzo Nord, dove fu necessario un foro meccanico per intercettare, a quota -245, il passaggio dal cavernoso alle filladi.

Nel corso del 1964 la Ferromin si arrese di fronte a difficoltà ormai insuperabili. La spiegazione ufficiale, all’epoca, fu che le nuove gallerie avevano intercettato fessure comunicanti direttamente con la laguna soprastante — anche se non fu mai chiarito come si fosse accertata quella comunicazione diretta, e la giustificazione non convinse del tutto i funzionari del Distretto minerario di Grosseto. Nel settembre di quell’anno il personale fu licenziato e il progetto abbandonato, dopo aver bruciato centinaia di milioni di lire dell’epoca.

Una storia mai del tutto chiarita

C’è un dettaglio che vale la pena raccontare per esteso, perché è probabilmente la parte meno nota di questa vicenda. Vent’anni dopo l’abbandono, nel 1987, un funzionario del Distretto minerario, Mario Ciampoli, raccontò una versione dei fatti leggermente diversa da quella ufficiale del 1964: l’avanzamento nelle gallerie sarebbe stato interrotto non per generiche infiltrazioni dalla laguna, ma perché dai “fori spia” che precedevano lo scavo verso la laguna uscivano violenti getti d’acqua che sconsigliarono di procedere oltre. Due racconti diversi, a distanza di vent’anni, sulla stessa decisione.

E c’è dell’altro. Tra il 1958 e il 1961, mentre i dipendenti della Ferromin di Porto Ercole venivano progressivamente lasciati a casa, la stampa locale dell’epoca — che ho potuto vedere riprodotta in una rassegna di ritagli — si interrogava apertamente con titoli come “Quali oscuri interessi impediscono ancora l’estrazione della pirite nell’Argentario?”. Fu in quel clima di sospetto e incertezza che nacque il “Gruppo Minatori del Monte Argentario”: i lavoratori si organizzarono al di sopra dei partiti politici per difendere i propri interessi, in un momento in cui — come titolava un altro giornale dell’epoca — la miniera di pirite di Terra Rossa era “in crisi”. Nessuno, a quanto pare, ha mai davvero chiarito se dietro l’abbandono del progetto ci fossero solo i problemi tecnici con l’acqua, o anche altro.

I numeri di un secolo di lavoro

La produzione della miniera, ricostruita anno per anno dagli archivi, racconta da sola l’andamento altalenante di questa storia: periodi di completa inattività si alternano a punte di produzione notevoli. Il picco assoluto si registra nel biennio 1952-53, in piena guerra di Corea, con oltre 40.000 tonnellate estratte in ciascuno dei due anni e più di 160 operai occupati — l’ultima, breve stagione di euforia prima del declino definitivo. Complessivamente, tra il 1873 e il 1958, la miniera ha dato lavoro, negli anni di massima attività, fino a 426 persone contemporaneamente.

La fine e quello che resta

Il giacimento di ferro-manganese si chiuse definitivamente nel 1958: restarono invendute sui piazzali oltre 45.000 tonnellate di minerale, che l’Italsider rilevò solo nel 1974 e finì per usare, molto più modestamente, come pietrisco per costruire strade. La concessione “Il Passo” decadde ufficialmente nel 1972, per prolungata inattività. Quella sulla pirite, passata di mano tra Montedison, AMMI, SOLMINE ed ENI, sopravvisse fino al 1991, quando fu dichiarata “economicamente incoltivabile” — chiudendo, centodiciotto anni dopo il contratto del 1873, l’intera vicenda mineraria dell’Argentario.

Oggi i due castelli dei pozzi Nord e Sud restano in piedi, dentro una proprietà privata, a sorprendere per la loro altezza vertiginosa chi cammina in quella zona. Più in basso, verso Porto Ercole, si trova l’antico campo minerario, con gli ingressi ai sotterranei murati e i vuoti lasciati dagli scavi a cielo aperto. Il vecchio piazzale dove un tempo si selezionava a mano il minerale è oggi un’area residenziale. Il crollo del 1881 e l’assestamento delle vecchie ripiene hanno lasciato, lungo il pendio, un’ampia depressione ancora visibile — una cicatrice lunga più di un secolo.

È lo stesso sguardo che portiamo su ogni pietra che raccogliamo per Universe Nature: dietro ogni frammento, una storia fatta di scommesse, fallimenti, segreti mai del tutto chiariti e ostinazione, che merita di essere raccontata prima ancora di essere indossata.

 

Ringraziamenti

Un ringraziamento a Gualtiero Della Monaca e al Centro Studi Don Pietro Fanciulli di Porto Santo Stefano, per la disponibilità e la gentilezza con cui mi hanno aiutata in questa ricerca.

 

Fonti

Pistolesi C., La miniera di ferro-manganese del “Passo” (Monte Argentario), dossier, “L’Argentariana”, Rivista di Cultura del Centro Studi Don Pietro Fanciulli, dicembre 2017. Mataloni A., Diario di una vita, Editrice “il mio Amico”, Roccastrada, 2008. Della Monaca G., Miniere di Terra Rossa sul Monte Argentario, saggio inedito. Della Monaca G., Monte Argentario. Cittadinanze Onorarie. Con approfondimenti sulla vita sociale, economica, militare e religiosa di Porto Santo Stefano e Porto Ercole, Effigi, Arcidosso (GR), 2015. Melchiori G., La scoperta del giacimento di polisolfuri del Monte Argentario, in “L’Industria Mineraria”, 1958, pp. 521-524. Betti Carboncini A., Ferrovie e industrie in Toscana, Calosci, Cortona, 2002. Archivio Storico Regione Toscana, sede di Grosseto — fascicoli “Il Passo”, “Il Passo di Monte Argentario” e “Poggio Mandrioli”.

error: © 2017 by Universe Nature, all right reserved