Bolle di carbonato: la Smithsonite
La smithsonite prende il nome dal chimico britannico James Smithson, mineralogista e benefattore della Smithsonian Institution di Washington.
Fu identificata per la prima volta nel 1546, quando il naturalista Agricola la chiamò “Lapis calaminaris”. Fu lo stesso Smithson, nel 1803, a dimostrare con uno studio sistematico che quella che veniva chiamata genericamente “calamina” era in realtà composta da due minerali diversi: un carbonato e un silicato — la smithsonite è il primo dei due.
Chimicamente è un carbonato di zinco (ZnCO₃) e si forma nella zona di ossidazione dei giacimenti di zinco, spesso come prodotto secondario dell’alterazione di altri minerali come la sfalerite. Cresce in genere in forme botrioidali — masse arrotondate, simili a grappoli d’uva — piuttosto che in cristalli ben definiti, ed è proprio questa forma a renderla facilmente riconoscibile.
Il colore è estremamente variabile: si trova incolore, bianca, ma anche verde, blu, rosa, giallo o marrone, a seconda delle impurità presenti — il verde-azzurro (dovuto al rame) è tra i più ricercati dai collezionisti. I giacimenti più noti per gli esemplari di qualità gemmologica si trovano in Namibia, Messico, Grecia e Stati Uniti.
In Italia si trova anche in Sardegna, legata alle antiche zone minerarie dell’Iglesiente — lo stesso territorio dove ho cercato fluorite, calcite e quarzo.
Potrebbe anche piacerti:
L’oro degli stolti: la Pirite
8 Giugno 2019
Il Blu più antico: Lapislazzuli
9 Gennaio 2025


